Oltre 500 uomini dispiegati lungo tutto il corso del fiume per simulare l’emergenza di una possibile inondazione
Che l’Adige non sia sempre un buon amico i veronesi lo sanno bene. A ricordarlo sono le innumerevoli lapidi che costellano qua e là per la città le facciate o gli angoli di molti palazzi per segnalare i vari livelli che le inondazioni hanno raggiunto nel susseguirsi dei secoli. L’ultima del 1882 fu così devastante che i nostri progenitori ottocenteschi decisero di «imbragare» il fiume entro due argini di mattoni e pietre lungo tutto il corso cittadino, interrando tutti gli antichi canali di svaso che si erano dimostrati inadeguati per contenere la furia delle acque in piena. Argini che sinora hanno retto, ma che in circostanze eccezionali potrebbero non bastare più. Di qui la necessità di allenarsi per essere pronti di fronte a un tumultuoso innalzamento.
LO SCENARIO. Anche se con il freddo di questi giorni di inizio primavera il disgelo può sembrare lontano, l’andamento climatico degli ultimi anni ci ha spesso messo di fronte a improvvisi rialzi primaverili della temperatura. Se questi fossero accompagnati da alcuni giorni di forti piogge in concomitanza con lo scioglimento dei manti nevosi, quest’anno particolarmente abbondanti, ecco che potrebbe proporsi un «evento calamitoso». Quello per cui ieri la Protezione civile ha mobilitato in tutta la provincia oltre 40 associazioni e più di 500 volontari, in quella che è stata probabilmente la più massiccia esercitazione dalla sua istituzione. Lo scenario simulato è stato delineato in questi termini: «Permanenza prolungata sull’Italia settentrionale di una forte depressione barica con conseguenti eccezionali precipitazioni che provocano un forte innalzamento del livello dei corsi d’acqua, saturazione dei terreni con fenomeno d’impermeabilità e conseguente rischio di smottamenti e frane ed esondazione dei torrenti che affluiscono all’Adige con la minaccia dei centri abitati ed importanti edifici pubblici strategici». In particolare è stato preso in considerazione «un innalzamento dei livelli dell’Adige e la messa in sicurezza dei siti che già in passato hanno creato danni alle infrastrutture e disagi alla popolazione».
I PUNTI A RISCHIO. La simulazione in provincia ha riguardato punti in cui nel 2008 ci sono stati numerosi interventi, vuoi per le frane nell’Est veronese, vuoi per l’esondazione di fiumi e torrenti. A Brentino Belluno, ad esempio, l’esercitazione prevedeva l'intervento dei sommozzatori per il recupero dei passeggeri di un’automobile precipitata in Adige nella frazione di Preabocco, la pulizia generale da alberi che potrebbero cadere in acqua e costituire un pericolo per le pile di ponte poste più a valle e la verifica di stabilità di un masso roccioso in stato precario. A Rivoli invece si è intervenuti per un allagamento in località Canale e la messa in sicurezza dell'abitato di Gaium. E così via, scendendo lungo l’Adige, sino a Verona, passando per uno dei punti critici più noti a Settimo di Pescantina.
IN CITTÀ. La mobilitazione a Verona è stata massiccia e chi, approfittando della bella giornata, è uscito a passeggiare sui lungadige se n’è accorto. In ogni punto critico, sotto la direzione delle due sale operative allestite una dal Comune nella caserma Santa Marta, l’altra dalla Provincia nella sede di via delle Franceschine, le squadre dei volontari con i giacconi e le brache giallo fosforescenti hanno posizionato le protezioni contro l’arrivo dell’ondata di piena o per eliminare potenziali situazioni di pericolo. Mentre altri, in divisa rossa, li accompagnavano, un po’ per sorvegliare che nessuno si facesse male, un po’ per memorizzare i punti in cui dislocarsi in caso di necessità.
Molti gli interventi programmati. Una squadra di sommozzatori dei vigili del fuoco è intervenuta, ad esempio, tra ponte Catena e ponte Risorgimento per agganciare e rimuovere un grosso tronco d’albero incagliato, che in caso di piena avrebbe potuto diventare pericoloso per i sostegni dei ponti a valle. Contemporaneamente a Castelvecchio, un’altra squadra posizionava sacchetti di sabbia tanto davanti alle numerose porte del Circolo ufficiali che si affacciano sul greto del fiume, quanto nel varco che conduce alle Regaste San Zeno. È questo uno dei punti più critici, dove la spinta dell’Adige ruppe gli argini nel 1882. «Si tratta», spiegava il caposquadra Vittorio Piubello, «di una curva dove l’acqua filtrando potrebbe scendere verso le Regaste».
LE NUOVE PARATIE. In un’altra zona storicamente a rischio, alcune centinaia di metri più a valle, all’altezza dei giardini della Giarina, all’imboccatura di quello che un tempo era il ramo dell’Acqua morta, la squadra di Protezione civile dei vigili urbani, sotto lo sguardo del comandante della polizia municipale Luigi Altamura, nominato coordinatore degli interventi nel territorio comunale, mettevano in sede le nuove paratie in alluminio. In pochi minuti, i vigili «protettori civili», perfettamente attrezzati, caschi di protezione compresi (a differenze di altre squadre), hanno ermeticamente chiuso i due varchi di accesso al greto, che immettono alle scalinate che scendono a bordo acqua, infilando le paratie nelle scanalature appositamente create e fissandole anche al terreno con delle sbarre.
Intanto un idrovolante sorvolava il fiume, riprendendo foto aeree dell'«emergenza» per riprodurle in tempo reale grazie alle nuove tecnologie.
Insomma, anche se dovesse arrivare l’alluvione, i veronesi devono sapere che si è pronti ad affrontarla.